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03/02/2026
Cina e Indo-Pacifico

Jakarta al Tavolo del Dopo: il Board of Peace e la Nuova Gerarchia della Transizione

di Aniello Iannone

Dopo decenni in cui il linguaggio della pace è stato legato, almeno formalmente,  a procedure multilaterali, negoziati estenuanti e compromessi spesso imperfetti, la politica internazionale entra in una fase diversa,  quella in cui la pace viene trattata come gestione e  non come un esito politico da costruire con legittimità e riconoscimento, ma come un problema da amministrare con catene di comando, benchmarks, e una cabina di regia che promette di rimettere ordine. È in questo slittamento, silenzioso ma decisivo, che si colloca il Board of Peace associato alla seconda amministrazione Trump. Non è la prima volta che una grande potenza tenta di organizzare un dopo a propria immagine. Ma ciò che colpisce oggi è la franchezza con cui l’operazione viene presentata: meno diplomazia scenica, più governance. Meno compromessi pubblici, più decisioni concentrate.

Dopo decenni in cui il linguaggio della pace è stato legato, almeno formalmente,  a procedure multilaterali, negoziati estenuanti e compromessi spesso imperfetti, la politica internazionale entra in una fase diversa,  quella in cui la pace viene trattata come gestione e  non come un esito politico da costruire con legittimità e riconoscimento, ma come un problema da amministrare con catene di comando, benchmarks, e una cabina di regia che promette di rimettere ordine. È in questo slittamento, silenzioso ma decisivo, che si colloca il Board of Peace associato alla seconda amministrazione Trump. Non è la prima volta che una grande potenza tenta di organizzare un dopo a propria immagine. Ma ciò che colpisce oggi è la franchezza con cui l’operazione viene presentata: meno diplomazia scenica, più governance. Meno compromessi pubblici, più decisioni concentrate.

La promessa è seducente, specie per chi vede l’architettura internazionale come un labirinto ormai bloccato in uno stallo; un organismo ristretto, rapido, in grado di coordinare sicurezza, ricostruzione, accesso umanitario, amministrazione. Una formula che sembra dire: basta ambiguità, ora si fa. Eppure, quando la pace viene compressa nella logica del coordinamento, una domanda torna sempre, anche quando la si evita: chi governa la transizione? E governare, qui, significa molto più che aiutare. Significa decidere quali attori sono considerati interlocutori legittimi e quali no; chi controlla le risorse e chi ne resta dipendente; chi definisce cosa sia stabilità e cosa sia minaccia. È per questo che il Board of Peace non è solo un nuovo organismo ma è un tentativo di imporre una nuova grammatica della gestione post-bellica, dove l’autorità non nasce da un consenso largo, ma dall’efficienza operativa e dalla capacità di far funzionare il sistema. Il tratto più caratteristico di questa grammatica è la sua natura minimale e concentrata. Pochi attori, una catena decisionale più corta, un’idea implicita: la legittimità arriverà dopo, quando l’ordine sarà stato costruito. È una scommessa antica e ricorrente nelle transizioni guidate dall’esterno. Ma è anche una scommessa rischiosa, perché nelle società attraversate dalla guerra e dalla frattura politica la legittimità raramente arriva dopo per inerzia. Va conquistata, e spesso richiede proprio ciò che questi dispositivi tendono a ridurre: pluralità, mediazione, rappresentanza, tempi lunghi.

Perché Jakarta entra in un formato ristretto guidato da Washington ?

Qui entra un secondo elemento: la fascinazione per la tecnica. Ogni progetto di transizione ha bisogno di amministrazione: scuole, ospedali, infrastrutture, salari, acqua, energia. E in quel momento la figura del tecnocrate appare come salvezza: competente, razionale, in apparenza neutrale. Ma la neutralità è un lusso che le transizioni raramente possono permettersi. In contesti come Gaza, le questioni amministrative non sono mai semplicemente amministrative,  l’accesso è potere, i confini sono potere, la sicurezza è potere, la ricostruzione è potere. In altre parole,  la tecnica non elimina la politica, la sposta. E quando la sposta, spesso la rende meno visibile ma non meno intensa. È qui che nascono le resistenze, soprattutto tra alleati storici abituati a leggere la stabilità come qualcosa che richiede anche un linguaggio comune di norme e procedure. Le esitazioni europee, espresse con argomenti che richiamano vincoli istituzionali e limiti giuridici, mostrano che la frizione non riguarda solo l’obiettivo dichiarato (stabilizzare, ricostruire), ma il modo in cui si pretende di farlo. Per alcuni governi, entrare in un meccanismo del genere significa riconoscere un principio di autorità che potrebbe poi essere replicato altrove: oggi Gaza, domani un altro spazio conteso. E la storia europea, con le sue ossessioni per la legalità e per i precedenti, rende questo punto inevitabile. In questo quadro, l’adesione dell’Indonesia è un caso rivelatore, perché illumina un paradosso che molti stati del Sud globale vivono senza dirlo apertamente: il paradosso tra norma e posizionamento. L’Indonesia ha un capitale simbolico forte sulla questione palestinese, radicato in storia diplomatica, identità politica e opinione pubblica. Allo stesso tempo, in un ordine internazionale sempre più segnato da formati ristretti e da accordi tra pochi, restare fuori significa spesso perdere influenza proprio quando vengono fissate le condizioni reali del dopo. Per Jakarta, entrare nel Board of Peace può essere letto come una scelta di presenza, non necessariamente di allineamento. C’è una logica che torna in molte medie potenze,  se il tavolo esiste comunque, è meglio essere nella stanza, provare a temperare le decisioni, spingere per una traiettoria meno punitiva e più sostenibile, difendere pubblicamente la soluzione a due stati mentre si accetta di operare in un dispositivo che, per sua natura, riduce lo spazio della politica in nome della gestione. È una strategia che può apparire contraddittoria, ma è la contraddizione stessa della politica estera contemporanea: partecipare per influire, sapendo che la partecipazione espone a costi reputazionali.

Perché i costi ci sono. L’adesione a un formato percepito come guidato dagli Stati Uniti può essere letta, in parte dell’opinione pubblica, come un compromesso eccessivo, o come normalizzazione di una governance esterna. E questo è il punto in cui la dimensione internazionale si intreccia con quella domestica; ogni transizione esterna genera una politica interna dei paesi che vi partecipano, con accuse, sospetti, fratture, e scontri interpretativi. È così che i dispositivi di pace possono diventare anche dispositivi di polarizzazione. Resta allora la domanda fondamentale: questa architettura rende davvero più vicino un esito stabile, o produce una stabilità amministrativa senza radicamento politico? La storia non offre una risposta unica, ma offre un avvertimento costante; le transizioni gestite funzionano quando riescono a trasformare la gestione in un ponte verso rappresentanza e riconoscimento; falliscono quando la gestione diventa un sostituto permanente della politica. Il confine tra i due esiti è sottile, e spesso dipende meno dalla qualità dei piani e più dal modo in cui il potere viene percepito e contestato sul terreno. Se si vuole comprendere il Board of Peace, conviene dunque guardare oltre la retorica della pace. Non perché quella retorica sia irrilevante, ma perché la pace, nella politica mondiale, è sempre anche una lotta su chi decide, chi controlla, e chi paga i costi. L’Indonesia entra in questa architettura portandosi dietro il peso della propria storia e la pressione del proprio pubblico; gli Stati Uniti la propongono portandosi dietro l’idea che l’ordine possa essere costruito dall’alto; l’Europa la guarda con diffidenza perché teme un precedente. Ed è spesso così che si muove la politica internazionale nelle fasi di transizione: non come una marcia lineare verso la stabilità, ma come una negoziazione continua tra efficienza e legittimità, tra presenza e reputazione, tra gestione e politica. In quella tensione,  non in una formula, si giocherà la sorte reale di questa pace.